Il Vecchio e il Bambino
PROMESSA.

Sempre seduto in giardino. Anche oggi fa caldo. Non riesco neanche a finire queste benedette parole crociate. A ottantacinque anni, intanto arrivateci (vi concedo un gesto scaramantico), vi voglio vedere con trentacinque gradi se siete freschi e arzilli come un giovinotto. In più, questa afa mi affanna il respiro. Sette operazioni cari miei. E non pensate “che palle questo vecchio ci assilla con i soliti lamenti”, vi lamenterete anche voi. Partiamo da un presupposto: non userò mai la parola “ai tempi miei”, messaggio troppo trito, quindi dirò “quel giorno”, decisamente più originale!

Quel giorno che ho iniziato a chiacchierare con mio nipote, non avevo capito cosa se ne facesse dei miei racconti. Io ci parlavo convinto che se li tenesse per lui, invece no. Ieri mi ha fatto leggere quello che ha scritto. “Ebbravo gli ho detto”, così a primo impatto, perché i nonni non possono mai dire al proprio nipote che non è bravo. Poi ho capito che si parlava di me e ho detto: “Ah… quel vecchio che parla sono io. Figo!”. Gli occhi di mio nipote si sono sgranati come se improvvisamente soffrisse di tiroide e davanti a lui si fosse palesato Gesù che con la sua band interpretava I will survive di Gloria Gaynor. Un ottantacinquenne che usa termini giovanili per un ragazzo non è poi così normale. Soprattutto per i ragazzi d’oggi che ci chiamano vecchi con un tono dispregiativo neanche fossimo appestati, ma queste sono altre storie, generazioni di passaggio senza futuro.

Quel giorno raccontai quasi tutto liberamente, e ora i miei pensieri sono su un giornale, anzi eco-magazine come mi corregge sempre mio nipote. Che vi dico la verità, uso termini giovanili ma non riesco a capire proprio tutto. Cioè io so per certo che per fare la carta si butta giù un albero, quindi come si fa a fare un giornale di carta senza abbattere gli alberi? Questo lo chiederò a lui ma un altro giorno.

Quel giorno, come dicevo prima, raccontai delle mie avventure nel campo di concentramento, del mio lavoro passato, della mia famiglia, raccontai un pezzo della mia vita. Una parte di quelle cose le ho rilette su questo giornale. Vi devo dire la verità, è stato bello (avevo usato ganzissimo, ma mio nipote mi ha detto che era un termine prettamente toscano e degli anni novanta).

Quel giorno ho cominciato una cosa che ora devo fare tutti i mesi. Una sorta di lavoro. Il lavoro vero e proprio, è più suo che trascrive tutto e cerca di riportarlo in un italiano leggibile. Però l’ho presa seriamente, quindi ho firmato una sorta di contratto con mio nipote che m’impegna a raccontare un pezzetto di me una volta al mese.Ovviamente non vengo retribuito, ci tengo a precisarlo, sono un co.co.co (collaboratore coordinato e continuativo). Scherzi a parte, sarò diligente e ligio al dovere. Siamo così noi uomini di un tempo. Chiudo la Settimana Enigmistica e rientro dentro. Mi sdraio sul divano e accendo la televisione. Oddio! Non è che mio nipote diventa famoso e mi scorazza come un fenomeno da circo di paese in giro nei vari programmi di Maurizio Costanzo, Mara Venier, o ancora peggio, Barbara D’Urso? Spengo immediatamente la televisione, sono impaurito. Vado a dire di corsa (per quanto possa correre) a mio nipote di strappare il contratto seduta stante e di cercarsi un altro vecchio. Su un giornale va bene, ma in mano a quei macellai no. Ai tempi miei (ahia, sono ricaduto nel tunnel) si diceva: “Scemi sì, ma mica coglioni!”.

P.s. Mio nipote mi ha promesso che non diventerà famoso, quindi il pericolo è scampato.

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Parola di nipote.